«Home Gallery» e «Dismaland» come aggirare la crisi e costruire un futuro per l’Arte

di ARTHEA (Elena Frasca Odorizzi), Illustratrice e Saggista, © Tutti i Diritti Riservati

Possiamo lamentarci fino allo sfinimento delle cause che ci hanno portato a questa crisi economico-sociale oppure possiamo recuperare e attualizzare modelli economici «pre-industriali», che erroneamente abbiamo abbandonato. I tentativi non mancano, ma ci vengono mostrati come mode del momento e non come possibili soluzioni. Mi vengono in mente due esempi su tutti: l’Home Gallery e Dismaland, il disorientante parco dei non divertimenti progettato dallo street artist Banksy.

Il fenomeno Home Gallery sembra sia nato nella grande mela, a opera di Galleristi e Mercanti d’Arte, che volevano far fronte alle spese di gestione, aprendo strutture fuori dai canali ufficiali. Ho detto sembra, perché in realtà non si tratta altro che di una rivisitazione moderna del ben più antico sistema «casa e bottega». Tutti coloro che hanno intrapreso seriamente la professione artistica sanno infatti che avere uno studio fuori casa è una scelta improduttiva, le spese raddoppiano e il flusso creativo ne risente. Meglio dunque lavorare nello stesso luogo in cui si vive, ma se l’abitazione lo permette, perché non usarla anche come Galleria espositiva?

Photo © Elena Odorizzi ‘25

Perché non trasformare una parte della propria casa laboratorio in un salotto di altri tempi, un luogo di incontro nel quale proporre eventi culturali e mostre personali (e collettive) invitando amici, potenziali clienti, committenti, collezionisti, persone che vogliono avvicinarsi al mondo dell’Arte, in una atmosfera veramente familiare e autentica? 

Perché lasciare questa opportunità a Galleristi e Mercanti d’Arte le cui Home Gallery, arredate con opere d’arte, oggetti di design e pezzi di arredamento selezionati ah hoc, non sono altro che appartamenti secondari, studi privati o loft di rappresentanza, più simili a lussuose vetrine che a vere e proprie dimore artistiche?

Su Dismaland ho letto molti articoli nei quali a parte lo stupore per l’effetto sorpresa e il dovuto apprezzamento per un’Opera collettiva che ha costretto milioni di persone a riflettere, nessuno ha speso due righe in più per analizzare un progetto che non è certamente nato dal nulla. Bansky ha strategicamente pianificato tutto, a partire dalla scelta di utilizzare uno spazio abbandonato e sottovalutato, lanciando una precisa critica non solo alla società moderna, ma anche al mondo dell’arte. Per l’occasione ha riunto 58 artisti (tra i quali neanche un italiano, senza contare le band musicali internazionali) che non hanno messo in mostra le loro opere per la gloria o aspettandosi la famosa «visibilità», non hanno lavorato gratis, non hanno pagato mediatori inutili e spesso incompetenti e neanche hanno chiesto contributi a quelle stesse istituzioni che continuamente bersagliano di critiche: al contrario hanno unito risorse intellettuali, artistiche ed economiche per creare un evento artistico temporaneo, indipendente, dove si pagava il biglietto. Il pubblico non ha battuto ciglio, anzi moltissimi hanno prenotato online e tutti hanno pagato più che volentieri un costo contenutissimo considerandolo un contributo dovuto per far parte di un evento surreale e unico nel suo genere.

Il Progetto, supportato da Internet (che ancora molti si permettono di criticare, solo perché non hanno capito come deve essere usato), pur avendo sostenuto delle spese iniziali, è stato ampiamente ripagato non solo dall’apprezzamento, ma da ottimi profitti, che hanno permesso agli artisti di guadagnare, ma anche di dare lavoro a tutta una serie di altri artisti e persone coinvolte nella gestione, risollevando persino il turismo locale! Emblematico il caso di un Signore che all’uscita da Dismaland ringraziava Bansky «per aver riportato Weston-super-Mare sulle cartine geografiche». Nessun affitto, nessun intermediario, nessuna museruola creativa, autogestione completa, autofinanziamento, ricavi per tutti, arricchimento culturale, con tanto di riciclo finale dei materiali. A ben guardare Bansky non ha fatto altro che rimettere in pratica il vecchio sistema della filiera corta, «dal produttore al consumatore», riuscendo a coniugare mondi che ultimamente sembrano essere diventati assolutamente incompatibili: arte, cultura, etica, marketing, libertà intellettuale, indipendenza lavorativa, profitti, tecnologia ed economia sociale. Eppure questo semplice ritorno al passato è la chiave per il futuro: è una lectio magistralis che gli Artisti devono assolutamente far propria se vogliono riaffermare la centralità del loro ruolo culturale e professionale, in una società che ormai si aspetta che producano a comando, lavorino gratis, vivano tra le nuvole e campino d’aria.

di ARTHEA (Elena Frasca Odorizzi), Illustratrice e Saggista, © Tutti i Diritti Riservati (2015 per Luogos)